martedì 3 marzo 2009

Festa o incazzatura?


8 marzo. Basta pronunciare questa data e già abbiamo detto tutto. Mimose, ristoranti cinesi un tempo, e ora, giapponesi, indiani, pacchetti bellezza alle terme, dolci, dolcetti (chissà perché) e mimose sui banconi di Coop e Esselunga. Tutte insieme per un giorno a consumare, spendere. "Coccolarsi" come amano dire alcune. Per un giorno i mariti e fidanzati a casa e via per un tuffo nelle acque della libertà.

Che tristezza! E non perchè fare tutte queste attività ricreative sia triste. Anzi. Le mimose che spaccano di giallo i giardini ancora brulli, mi sembrano le più adatte a risvegliare energia.
A parte lo spendere e il consumare su cui avrei molto da ridire (i dolcetti poi, orrido!) e qui si aprirebbe un'altra problematica che non voglio affrontare ora.
.

Sarebbe questo il momento di riunire tutte le forze, le smanie di libertà concetrate in un giorno e incazzarsi.

Scendere in piazza come ai tempi del femminismo. Il corpo è mio e me lo gestisco io.

Insieme contro la violenza continua ed in espansione a cui siamo costrette ad assistere e nel peggiore dei casi a subire.

Davvero, il socializzare attraverso il consumo di fiori e cibi esotici, ha fatto bere il cervello a tutte? E magari c'è qualcuna che va a vedere spettacolini di uomini nudi e poi dice di essersi tanto divertita.

Oddio!

Bisogna fare "muro". Non so come, ma bisogna farlo.
Alla fine, ho la sensazione di aver scritto solo slogan.
E questo è quanto.

venerdì 27 febbraio 2009

Matrimoni misti

In Marocco l'eredità del padre va al figlio maschio, le femmine prendono le briciole. Se una donna decide di divorziare, e sono pochissime, può prendersi i figli ma se li deve mantenere. Il padre in teoria dovrebbe essere obbligato a passarle qualcosa, in realtà, se non lo fa, non c'è legge che lo costringa. Se una donna vuole lavorare dopo il matrimonio, deve sottoscriverlo il padre nel contratto prematrimoniale che fa con il futuro marito. Questo succede in Marocco, paese in cui negli ultimi dieci anni, sono state fatte alcune "leggine" a favore delle donne. Non posso nemmeno immaginare come vivessero prima.
Figuriamoci cosa succede negli altri paesi musulmani come Afganistan, Pakistan, paesi arabi e dintorni.
Capisco che una donna italiana, possa morire d'amore e sposarsi con un uomo musulmano. L'ho fatto anch'io e me ne sono pentita, ma lo stesso pentimento potrei averlo avuto se avessi sposato il mio vicino di casa (che mi corteggiava). Non avrei mai fatto un figlio, però, con un uomo che ha una religione da sbandierare o una cultura che considera le donne degne di poco amore. Anch'io ho avuto poco amore, ma lo avevo messo in conto. Non mi sarei mai perdonata di aver messo in mezzo al mio folle capriccio, un altro essere umano.
Non ce la faccio più a leggere notizie sui bambini contesi e uccisi per ripicca in nome di qualcosa che con l'amore non c'entra nulla.

lunedì 16 febbraio 2009

Violenza

Chi fa violenza alle donne è un violento sempre. E' pericoloso e non deve mai, per nessun motivo, restare libero agli "arresti" domiciliari. Non deve nemmeno rimanere "comodo" in cella ad aspettare che avvocati e assistenti sociali trovino il sistema di rimetterlo in libertà. Deve andare ai lavori forzati. Non esiste più questo sistema di punizione? Che sia ripristinato, che lo spauracchio della fatica sia sventolato davanti a tutti questi frustrati impotenti. Non voglio mai sapere le ragioni sociali o psicologiche che stanno dietro a una violenza. Le posso immaginare ma è il risultato quello che conta. Il violentatore non va "capito" perchè proveniente da famiglia di un certo tipo o da violenze subite ecc... Nell'atto di violenza a una donna, risiedono radici culturali difficili da estirpare, ma la condanna dovrebbe essere totale, la società maschile e femminile per intero dovrebbe fare muro. Eppure si sentono spesso frasi del tipo: - poteva coprirsi di più - oppure: poteva stare a casa, non doveva andare in quel posto - che testimoniano come in fondo ci sia una scusante per quegli omuncoli pezzenti.
Finchè esisterà anche un solo pensiero di questo tipo, i violentatori avranno modo di crescere e di nascondersi anche dietro a una qualche rispettabilità.
E non si venga a dire che ci sono anche tante violenze in famiglia. Le due cose sembrano simili ma non lo sono. In famiglia la violenza nasce dentro una interazione, dentro meccanismi di coppia in cui l'uomo esercita anche un potere fisico. La donna subisce ma ha una via di scampo. Può scegliere di scappare e denunciare. La violenza in strada non ha vie di scampo, è come appiccare un fuoco ad un mucchio di paglia.
Sono gli uomini "per bene" che dovrebbero scendere in piazza contro la feccia che oltraggia le donne e la persona. Per chi crede ancora che esista la dignità di una persona.

lunedì 9 febbraio 2009

Volare!

I vestiti nuovi


Dopo il capodanno cinese (quest'anno mi sembra sia stato il 25 gennaio), i cinesi a scuola arrivano tutti ripuliti e vestiti a festa. I maglioni, i pantaloni, le giacche: tutto è nuovo.

Ho chiesto a qualcuno che cosa fa con i vestiti vecchi e mi ha detto: Butto via.

I vestiti nuovi di solito arrivano via mare, spediti dalle mamme, perchè dicono che - Cina soldi pochi - Si ma c'è il costo della spedizione- dico io - si ma Cina soldi più meno. (nel senso che costa meno)

Insomma gli piace ricevere i pacchi, aprirli, trovare la sorpresa. Come a tutti del resto.

In un pacco che è arrivato a Jie, che fa il cuoco, finalmente, dopo aver fatto l'aiuto cuoco per cinque anni, c'era anche la foto di una ragazza che la mamma gli ha mandato per chiedergli di farci un pensierino. Lui ha detto: - ragazza bella ma io piace ragazza Italia.

Gli altri cinesi lo guardavano con occhi così - vuoi sposa ragazza italiana? - gli hanno chiesto

E lui: - no, cinese ma qui Italia.

Hanno tirato tutti un sospiro di sollievo ed io ho continuato la mia lezione sull'imperfetto.

sabato 31 gennaio 2009

Un libro


All'inizio di gennaio è uscito, edito da Gingko "Qui va tutto a puttane", un'antologia di racconti sulla prostituzione nel nostro paese. Abbinate ai racconti, ci sono le denunce autentiche di giovani prostitute straniere e due saggi sul fenomeno della prostituzione straniera in Italia.

L'antologia si apre con un racconto scritto da me dal titolo "Romina".

I proventi delle vendite saranno interamente devoluti all'associazione onlus bolognese "Fiori di strada" (http://www.fioridistrada.it/)

lunedì 26 gennaio 2009

La storia delle belle donne

Questo è davvero troppo! Dovrebbero sentirsi colpite, ferite, infangate, anche tutte quelle che lo hanno votato. E sua moglie, altro che lettere ai giornali! E le sue figlie! Dio che vergogna!
Questi pensieri non credo appartengano nemmeno a quegli uomini che dopo pranzo vanno al bar, non hanno mai toccato una padella in tutta la loro vita, stanno sulla porta e quando passa una ragazza, bella o brutta, qualcosa devono fare o dire.
Che tristezza!

Chi può dimenticare?

Dimentica chi pensa che la bontà sia un dono di Dio
e la cattiveria un dono del diavolo.
Chi pensa che le aberrazioni non lo riguardino
e il male e il crimine siano annidati nella mente
e nel cuore degli "altri."
Tutti noi siamo "altri".
I politici spietati non starebbero sui loro troni,
se la vigliaccheria
e quel fondo di crudeltà che tanto ci appartiene,
fossero mandati al macero come prodotti in scadenza,
fossero vittime della pulizia settimanale
che ognuno dovrebbe fare
al proprio cuore.

(Anonimo)

sabato 10 gennaio 2009

Un minuto di silenzio


Oggi a Firenze, lutto cittadino per i tre ragazzi morti a seguito di un incidente stradale sulla via Pistoiese, dopo l'uscita dalla discoteca Viper. La macchina, lanciata a tutta velocità e guidata da un ragazzo imbottito di alcool e canne, si è schiantata contro un albero. Due ragazze avevano sedici anni, gli altri diciotto o venti. Uno si è salvato. A mezzogiorno, a scuola, è suonata la campanella per fare un minuto di silenzio. Io non facevo lezione ma mi trovavo in classe con molti colleghi per un corso di aggiornamento. Prima del silenzio, ho alzato la mano e ho chiesto di dire qualcosa.

- Un lutto cittadino per una tragedia privata e per fare coraggio a quattro famiglie gettate nella disperazione: questo mi sembra un atto di grande umanità. E sembra che il sindaco abbia voluto far riflettere tutti quei ragazzi che buttano via così la propria vita. Però in queste settimane così tristi, macchiate di sangue, offese da una guerra che si sta svolgendo a due passi da noi, avrei voluto che il lutto cittadino si esprimesse attraverso lezioni di storia nelle classi, attraverso le discussioni nelle famiglie che permettono a ragazze di sedici anni di tornare a casa la mattina, che danno loro soldi per girare e passare da un locale all'altro, che comprano macchine, motorini e in cambio non chiedono niente. La guerra e il consumo sfrenato della vita. Nessuno che riesca a costruire una barriera di no. Avrei voluto che il silenzio - ammesso che serva a qualcosa - non si fermasse oggi in via Pistoiese.

Questo il mio discorso un po' retorico. Mi guardavano strano, qualcuno ha detto che ognuno il silenzio poteva osservarlo per quello che voleva. Fine della discussione. Ho sentito anche qualche chiacchiericcio del tipo: - Chi non ha figli parla bene...

martedì 6 gennaio 2009

Orrore di guerra


Guardare la guerra in TVe gli effetti che questa produce, fa sentire ancora più impotenti di quanto lo saremmo se non ne vedessimo mai le immagini. Come è possibile che su una striscia di poche decine di chilometri, si viva come prigionieri perenni e si pensi di vincere una guerra assolutamente impari con il nemico che occupa tutto il resto della terra? Non so quale potrebbe essere la soluzione, non lo sa nessuno, a meno che Israele rinunciasse ai territori usurpati e i palestinesi potessero vivere in condizioni dignitose. Certo che i razzi di Hamas non porteranno mai ad una soluzione di questo tipo. Poveri bambini, sfortunati tutti quelli nati dentro questa tragedia senza fine. Si annienteranno a vicenda. Ci vorrebbe un Deus sopra le parti che caccia via tutti. Tutti fuori! Largo al vuoto, al silenzio, alla natura che si impossessa delle armi abbondonate, della polvere da sparo, del sangue, dell'aria inquinata da tanto terrore. Via tutto! Anche il sepolcro e la via crucis e le chiese e le moschee. Magari non fosse mai nato nessuno in questa terra di dolore! Il deserto sarebbe cento volte meglio delle culture millenarie.

domenica 4 gennaio 2009

Anno nuovo


Camminando per le viuzze sterrate di S. Maria, a Capoverde nell'isola di Sal, si incontrano soprattutto senegalesi che vendono portafogli, collanine, braccialetti e tanti oggetti di legno. Parlano tutti italiano e ti chiedono da dove vieni. Chi ha il fratello a Lecce, chi ha la sorella a Verona, lo zio a Palermo e cosi via. Raccontano dell'italia come se ci fossero stati e molti di loro seduti sui marciapiedi, dipingono tele con disegni un po' stilizzati di casette, donnine, frutta, mari e cieli. Hanno dei secchielli di colore, qualche bastoncino, uno o due pennelli. Una volta seccato il colore fissano la tela ad un supporto la legno, quando la compri, la schiodano e la srotolano. E' un artigianato un po' semplice ma insomma riescono a venderne tantissime. Io sono rimasta un po' incastrata da uno che mi ha fermato per strada dicendo di conoscermi perchè qualche sera prima era stato al villaggio a suonare. Lì per lì mi è sembrato anche di riconoscerlo, così l'ho seguito al suo negozietto dove avrebbe dovuto essere sua mamma. Sua mamma non c'era, ma mi ha regalato una collanina e poi ha cominciato a farmi vedere pettinini, tartarughe, borsettine di paglia e poi le sue produzioni artistiche su tela. Non sono molto brava a sottrarmi agli acquisti dopo che sono rimasta tanto tempo a guardare e toccare, così ho comprato una tela dipinta con tre donnine dentro tre gonnelline e tre cestini in testa. Ha chiesto venti euro, gli ho detto che ne avevo 0tt0, ha insistito su dieci, ho ripetuto che ne avevo dieci ma due mi servivano per il taxi, così lui mi ha detto: - dammi dieci e io ti presto due-. Così sono uscita con la tela arrotolata e duecento escudos corrispondenti circa a due euro. Abbiamo camminato un po', avrei voluto vedere altri negozi ma mi sono ritrovata seduta sul primo taxi che è arrivato.

- Tanto non avevi più soldi - mi ha detto salutandomi - fai con comodo, rendimi i soldi quando ritorni.

Così, un po' confusa, sono tornata al villaggio pensando che sarei dovuta tornare prima di partire.

Sono tornata due giorni dopo e mi sono avvicinata al negozietto tenendo due euro in mano. Quando lui mi ha visto ha cominciato a ridere dicendo che ero proprio di parola (ha usato questa espressione) e si è mobilitato di nuovo per farmi vedere ancora una volta tutte le nuove produzioni. Sono riuscita a sottrarmi alle sue manifestazioni di calore e sono uscita. Sarei stata curiosa però di sapere che cosa avrebbe escogitato per farmi tornare.

- Meglio non dare confidenza - stava dicendo un milanese seduto al tavolo di una bettola con due ragazze italiane di non so dove - avete sentito delle due ragazze italiane uccise l'anno scorso a colpi di pietra e seppellite in una buca? E' successo proprio qui, appena fuori da Santa Maria.

Il cielo si stava oscurando, il vento agitava le onde, le campane della chiesa hanno suonato le sei. Mi sono allontanata verso la spiaggia e ho camminato veloce senza rispondere ai tanti saluti dei venditori e degli sfaccendati.

- Meglio non uscire senza che ci siano escursioni programmate - mi ha detto la guida capoverdiana del villaggio quando sono tornata.

Mah! Io ho sempre viaggiato e viaggiato molto e pur facendo tanta attenzione non ho mai avuto paura di conoscere persone. Sarò incosciente?

domenica 28 dicembre 2008

Al villaggio turistico


Prima volta, lo giuro! E potrei dire tranquillamente l'ultima, ma, mai dire mai.


Un posto di noia e di cibo. Tanto cibo, non avrei mai immaginato di vedere cascate di prosciutti, pesci intingolati e fritti, zuppe e pasta, dolci, quantita' incredibile di tutto. E tutto e tanto e le posate e i bicchieri e i piatti e siccome e' tutto incluso, la gente riempie il piatto e poi lascia, si alza di nuovo e fa ancora il giro. E tutto si mangia e si beve in continuazione. Il villaggio e' in mezzo ad una landa desolata, gli uomini della sicurezza sono dislocati un po' dappertutto. Fuori, basta camminare un po' e la solita massa di diseredati, forse anche affamati, probabilmente schifati anche loro di tanto spreco e tanta abbondanza. Se entrassero e vedessero, ma qualche notizia di quello che succede qui dentro l'avranno certo avuta. Io che non sono una »mangiona» mi sento gia'piena solo a guardare. La sensazione di non fame e' terribile. Sa di morte.


Volevo il sole e il mare, giuro, non avevo nemmeno immaginato che nei villaggi turistici, si rimpissassero i clienti come le oche del pate'.


Ci sono anche le immersioni, e la tombola, e i massaggi a pagamento, e le bocce e il mini golf. E tutto e' sottolineato dalla quantita' enorme di bicchieri, piatti, bottiglie, cibo abbandonato nei cespugli per i gatti. Ce ne sono tanti e loro forse qui sono felici. Io che sono una salutista, mi scandalizzo di tutto e penso alla rovina del mondo globalizzato.


Non era proprio la vacanza per me. Non posso nemmeno ammorbare chi legge, per dare e darmi una qualche spiegazione.


Ho sentito una conversazione fra due signore un po' agé: prossimo anno Cuba al Ventaglio, qui sono tutti simpatici ma forse si scopa poco. E l'altra: si, magari c'e' anche un po' piu' di sole.
Dimenticavo: Qui a Capoverde, non c'e' nemmeno il sole in questo periodo. E' solo il paradiso di chi ama l'immoralita' del cibo e il solletico di qualche bel ragazzo.

martedì 23 dicembre 2008

pausa

Mi scuso (ma forse non è la parola giusta) con tutti quelli che pazientemente hanno letto i miei post durante questo anno. Ho perso il filo.
Auguro a tutti di poter essere buoni e aperti per tutto l'anno, così, come forse si sentono, in questo periodo di suoni, canti e regali.
Tante belle cose

lunedì 17 novembre 2008

"Amore c'è?"

Ogni volta che arriva in classe uno studente nuovo, lo faccio accomodare, e poi chiedo agli altri di presentarsi e fargli le domande di rito: come ti chiami, di dove sei ecc...In questo modo verifico le loro capacità di mettersi in relazione attraverso strutture linguistiche imparate, capisco se il nuovo arrivato è totalmente pricipiante e apro la strada per future amicizie. La tendenza di tutti, è quella di stare seduti conn la testa sul quaderno e magari chiacchierare con il vicino che parla la stessa lingua. Rimangono sorpresi quando capiscono di poter parlare in italiano non solo con gli italiani e perchè più o meno costretti, ma possono usare una lingua ponte (quelli che non ne posiedono altre), anche per comunicre con altri stranieri. Siccome l'altro giorno è arrivata una ragazza tailandese molto carina, ho visto un po' di fermento fra i maschi, ho chiesto di farle le solite domande e il solito ragazzo cinese che si lamenta sempre di non piacere alle ragazze, rivolgendosi a lei ha chiesto: - Amore c'è? - Grandi risate, ma lei ovviamente, essendo nuova, non aveva capito che lui voleva sapere se aveva il ragazzo. Preferiscono sempre usare il "C'é", fare le domande con "Hai" non piace quasi a nessuno. Gliel'ho chiesto in inglese e lei tutta rossa ha risposto di si. E io ho capito che con lei dovrò ricominciare tutto dall'inizio.

domenica 9 novembre 2008

Dinamiche di classe


Carlos non è più tanto giovane, porta un orecchino a forma di fiore, si mette le collanine, porta anellini di vetro colorato, è in Italia da due anni ma non è mai andato a scuola, fa le pulizie e il suo italiano è monco, fatto di verbi all'infinito e articoli perduti. Giovanni è alto, bello e molto giovane, è arrivato il primo di ottobre che diceva appena "ciao" e adesso, parla, racconta, fa amicizia con tutti, dà la mano ai nuovi arrivati, se non conosce una parola in italiano ne infila una della sua lingua e va avanti, oppure cerca qualcosa di corrispondente. Esempio: non sa come si dice "madonna" e dice "parente di Gesù", non trova la parola "gratis" e dice "senza soldi". Insomma sa organizzarsi bene. Tony è giovanissimo, capelli sugli occhi, felpa Nike, scarpe della stessa marca, ama la musica, conosce Eros Ramazzotti, viene a scuola e va nelle case a fare qualche ora di pulizie. Lin è bella, viene a scuola per il secondo anno, ha imparato pochissimo, parla solo con quelli della sua lingua. Fatima ha la testa coperta, ha un figlio che ha la stessa età dei ragazzi in classe, è seria, studia, ha un quaderno, il dizionario, non tiene fogli sparsi in qua e là e ha un bel sorriso. Siccome avevo visto qualcuno che confabulava guardando la sua testa, le ho chiesto davanti a tutti da quanto tempo portasse il fazzoletto e lei ha risposto che aveva cominciato quattro anni prima, per seguire meglio le regole del Corano.


Genevieve è giovane e piacente, è seria, fa progressi e dà poca confidenza ai ragazzi. Hu Bo arriva per il secondo anno, è puntuale e ogni tanto dice che a lui piace ragazza italiana ma a ragazza italiana no piace lui. E poi c'è Wang. Arriva quando vuole, entra senza salutare, non ha un quaderno e si siede sempre accanto a Lin che lo comanda a bacchetta. Anche Tony si siede accanto a Lin, così lei in mezzo è sempre occhieggiante e cerca di copiare dal quaderno di Tony. Giovanni dice orgoglioso di avere amici zingari e mafiosi e che preferisce le ragazze del suo paese.


Carlos vuole sempre sedere accanto a Giovanni, Giovanni lo chiama "amico bambolina", io lo guardo malissimo e lui mi dice che scherza, io lo guardo ancora male e lui mi spiega che è per colpa della collanina. Carlos ride e sembra contento che Giovanni lo consideri suo amico, confida a Tony che Giovanni è bello. E Tony ride. Io vorrei intavolare una discussione ma con i pochi strumenti linguistici a mia disposizione, ho paura di ingigantire ancora di più il problema. Rimando.


Wang entra con l'auricolare, non saluta, è contrariato perchè Lin è seduta in mezzo a due baldi giovani, lo fulmino con lo sguardo, lo "stoppo", gli chiedo di uscire, togliersi quei cosi dalle orecchie, entrare di nuovo, salutare e chiedere scusa per il ritardo. Si stizzisce e ancora con le orecchie tappate mi fa cenno di non aver capito. Cala il silenzio. Finalmente con le orecchie libere mi fa dei gesti come a dire: Ma devo andare via? - No, esci, rientra e questa è l'ultima volta che puoi fare così -. Fisicamente è ridicolo, ha più di 20 anni ma è piccolo come un quindicenne, è firmato dalla testa ai piedi e porta capelli dritti come un marziano. Il cervello non lo usa. Nel caso ce l'avesse. Vorrei essere molto più dura con lui, ma conosco bene la mamma che è venuta a scuola per tanti anni e ancora non riesce a fare una frase corretta o a chiedere qualcosa: - sempre cucina io parlare cinese, solo lavare piatti.
E' una brava donna e questo figlio arrivato in Italia 4 anni fa, non ha certo voglia di lavorare quanto lei. A volte lei viene a salutarmi e mi porta qualche regaluccio: - perchè tu buona e stanca - dice. Io non so se sono buona o se non ho il coraggio di essere dura. Lei mi fa un po' pena e non voglio darle il dispiacere di cacciare suo figlio. Tony intanto chiede il numero di telefono a Lin che glielo dà, lo chiede anche a Genevieve che non glielo dà. Fatima viene vicino a me e mi dice che i ragazzi di questa generazione sono come Wang: - troppe cose compra la mamma, troppi soldi senza lavorare, mio figlio è con i nonni, ancora è bravo, dopo non lo so-.




(i nomi sono inventati, la situazione è più o meno questa)

sabato 1 novembre 2008

Autunno


Sarà l'autunno, saranno le notizie tristi che arrivano da qualsiasi fronte, sarà lo spleen, sarà il ritorno all'ora solare, sarà il buio delle cinque e mezzo la sera, saranno i giorni dei morti, sarà la fatica di esserci.

Non ho argomenti da scrivere sul blog. Mi sembra che uno sbadiglio pesante possa oscurare qualsiasi pensiero o notizia messi sulla pagina.

venerdì 24 ottobre 2008

Questi giorni neri di notizie


Un colore che si faccia largo in questo mare di nero

Non c'è.

Mi coloravo gli occhi delle magliette rosse e i piercing del corteo

ballavo con la musica sparata dal furgoncino di testa

mi annodavo nelle treccine rasta di alcuni

mi illuminavo con il brillantino sul naso dei più

mi infilavo negli scarponi pesanti slacciati di molti.

Poi una cantilena è volata sulla testa di tutti:

"Gelmini puttana Gelmini puttana"

Ho indirizzato allora i miei passi lontani dal coro

ho sentito nella mia testa frullare gli aggettivi del mondo.

Puttana. Con tanti altri a disposizione.

Niente cambierà.

Nemmeno questa volta.


(anonima)

giovedì 23 ottobre 2008

La Gelmini colpisce ancora

Su tutto il territorio nazionale, 1500 insegnanti in meno per i Centri Territoriali Permanenti. Gli adulti italiani e stranieri che frequentano i corsi, così, tanto per padroneggiare meglio la lingua, acculturarsi un po' con l'informatica e l'inglese, socializzare e inserirsi, dovranno rinunciare a bazzicare le scuole, se non sono interessati a prendersi un titolo d'istruzione formale. Vale a dire: licenza di scuola elementare (ma non era sparita?) e licenza di scuola media inferiore e superiore. Chi non consegue il titolo, va a farsi il corso che vuole presso un ente privato. Lo Stato non è più disposto a pagare i suoi insegnanti se questi non danno risultati visibili su carta bollata (questa c'è sempre?). Il credito culturale non è un titolo. Che dire? Il dibattito è aperto.

giovedì 16 ottobre 2008

ancora sul maestro unico

Accolgo volentieri l'intervento di un'amica insegnante a proposito del maestro unico.
Il team docente. Dalla parte di chi ha meno voce

Chi, come me, lavora nelle elementari da qualche decennio, ha vissuto i grandi cambiamenti della scuola, l’ha vista crescere “dal di dentro” – non senza fatiche e contraddizioni – mossa da una grande passione educativa.
La Scuola primaria ha nel tempo cercato di rispondere alle diverse esigenze poste dalle trasformazioni sociali con offerte di qualità, con riforme largamente anticipate da sperimentazioni (è il caso del tempo pieno e dell’insegnamento in team); i cambiamenti più significativi sono stati ampiamente sostenuti da corsi di aggiornamento, perché non si avesse a che fare con operazioni di superficie. E se l’OCSE ha ancora una volta riconosciuto i meriti della Scuola primaria italiana, significa che il suo modo di operare può, in molti casi, essere portato ad esempio.
Non è più tempo di maestri unici. La scuola del “tutti in riga, e che non si senta volare una mosca”, ha denunciato già nel secolo scorso la propria inadeguatezza all’interno del sistema formativo, e recuperare tale modello per proporlo come toccasana per i problemi che attraversano famiglia e società, mi pare alquanto rischioso: ogni segmento formativo deve assumersi le proprie responsabilità, e nel riconoscimento dei rispettivi ruoli, trovare forme di dialogo e di collaborazione.
La frontalità – io spiego e tu ascolti - non è sempre il metodo di apprendimento più efficace neppure per gli adulti. C’è bisogno di protagonismo e coinvolgimento, di accoglienza e gratificazione: i bambini non sono robot inanimati, con teste ad imbuto da riempire, e l’insegnante, per quanto motivato e professionalmente preparato, è un essere umano, con limiti di energia e di specializzazione.
L’apprendimento stabile richiede tempi distesi, un conoscere che passa attraverso il dialogo, il fare con le mani, il confronto con il gruppo, l’approfondimento individuale. Metodi che possono dare frutto solo se si sta bene a scuola con i compagni e con se stessi: questa è una delle più grande consapevolezze sulla quale agisce la scuola primaria.
Ma la scuola è parte integrante del sistema sociale, del quale accoglie e riflette limiti, complessità, difficoltà, ed anche povertà. Mi domando come possa oggi un insegnante unico “dare di più a chi ha di meno”, considerato che problemi di attenzione e disturbi del comportamento sono largamente diffusi tra gli allievi, e che la classe nel suo insieme non va trascurata. Si plaude all’alunno inchiodato al banco, ma talvolta il silenzio che lo rende invisibile all’insegnante è la maschera di un disagio enorme. Il team insegnante è più funzionale anche da questo punto di vista, perché i docenti hanno modo di confrontarsi sulle problematiche della classe e di condividere le strade da praticare, fornendo al tempo stesso testimonianza di democrazia, di rispetto e di collaborazione. Oggi più che mai c’è bisogno di imparare il dialogo costruttivo, di recuperare la forza della tolleranza, valori civili che non si fanno propri solo attraverso lo studio sui libri.
Si mette sotto accusa il tempo delle compresenze del team, come se si trattasse di uno spreco di risorse. La contemporaneità di due insegnanti, alquanto risicata nei moduli 4 docenti su 3 classi o 7 su 5 classi (organizzazione che prevale nella maggior parte dei paesi d’Italia), permette di lavorare su piccoli gruppi intervenendo in modo tempestivo sulle difficoltà di apprendimento degli allievi, favorendo l’integrazione degli extracomunitari e non.
Al tempo del maestro unico chi non reggeva il ritmo “normale” dell’ apprendimento veniva respinto o finiva nelle classi differenziali. La scuola primaria non deve permettersi di emarginare nessuno, neppure attraverso promozioni vuote di preparazione. È nostro dovere etico fare il massimo per ogni bambino, perché possa affrontare la vita con strumenti il più possibile flessibili ed adeguati (anche se questo è uno degli obiettivi finali del percorso educativo).
L’insegnamento in team, o l’inserimento nella scuola dei portatori di handicap, per fare un altro esempio, non sono “anomalie” della Scuola italiana ma conquiste civili, che più volte ci sono state invidiate dagli Stati esteri. Ovvio che la promozione del “ben-essere” ha un suo costo.
La scuola dev’essere il luogo privilegiato su cui investire, anche se non tutti i frutti hanno visibilità immediata. Ciò che oggi può essere letto come un risparmio in termini economici, potrebbe in un futuro prossimo rivelarsi un pessimo investimento: aumento del disagio sociale, dell’abbandono scolastico, mancata integrazione degli extracomunitari, crescita dell’analfabetismo di ritorno. Perché la formazione del Cittadino esige tempo, confronto, operatività, studio e passione, condizioni che la migliore scuola primaria rispetta.
Il mio timore per il maestro unico va soprattutto verso gli ultimi, quelli che meno hanno voce, ma che sono in continuo aumento: per loro la scuola è l’unica occasione di crescita e di riscatto.
È importante che la Riforma della scuola primaria sia condivisa con chi nella scuola lavora, e perciò la conosce bene. L’insegnamento in team dei docenti specializzati in tre ambiti disciplinari è un valore da salvaguardare, nell’interesse immediato e futuro. L’insegnamento in équipe favorisce la competenza ed è scuola di democrazia. E’ la soluzione organizzativa più funzionale per promuovere nel bambino la conquista di quel sapere non mnemonico indispensabile per muoversi con criterio nella società attuale. È la condizione migliore per far emergere le potenzialità di ogni bambino, anche di quelli che meno hanno voce.

Bertilla Bertesina – Scuola primaria di Ponderano


lunedì 29 settembre 2008

Senza parole

Niente che si possa dire, che si possa descrivere con le parole, può esprimere quello che ognuno di noi, qui in occidente, sente di fronte all'ennesimo omicidio di una donna in Afganistan. E proprio perchè non era una donna qualsiasi, la notizia arriva e ci spiazza. Delle altre, offese, esposte a ogni mancanza di rispetto, tappeti stesi perchè gli uomini di famiglia ci passino i loro piedi, di loro ne sappiamo ben poco. Echi lontani che diventano rumori insopportabili quando dobbiamo ascoltare notizie di questo genere. Sembra che fino a due anni fa, Malaila, portasse il kalasnikov sotto il burqa e viaggiasse sempre accompagnata da un uomo di famiglia per poter fare il suoi lavoro di poliziotta. Spesso la tragedia si avvicina moltissimo al senso del ridicolo. Poi ha deciso di togliere il burqa e le minacce alla sua persona si sono intensificate: sembra che ogni mattina trovasse una lettera di minaccia sulla porta, che lei toglieva prima che si alzassero i figli. Era a capo del Dipartimento dei crimini contro le donne e si impegnava perchè i soprusi venissero a galla e fossero puniti.
La sensazione è quella di impotenza. Nessuna strada aperta, nessun cambiamento all'orizzonte. Morti che servono solo ad accrescere il potere di maschi tronfi, frustati e religiosi. Tutto in onore di Allah! Sono stati i talibani ad uccidere, ma in una società dove anche i non talebani non vorrebbero mai che le donne fossero esseri umani uguali a loro.