martedì 3 marzo 2009
Festa o incazzatura?
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venerdì 27 febbraio 2009
Matrimoni misti
In Marocco l'eredità del padre va al figlio maschio, le femmine prendono le briciole. Se una donna decide di divorziare, e sono pochissime, può prendersi i figli ma se li deve mantenere. Il padre in teoria dovrebbe essere obbligato a passarle qualcosa, in realtà, se non lo fa, non c'è legge che lo costringa. Se una donna vuole lavorare dopo il matrimonio, deve sottoscriverlo il padre nel contratto prematrimoniale che fa con il futuro marito. Questo succede in Marocco, paese in cui negli ultimi dieci anni, sono state fatte alcune "leggine" a favore delle donne. Non posso nemmeno immaginare come vivessero prima.
Figuriamoci cosa succede negli altri paesi musulmani come Afganistan, Pakistan, paesi arabi e dintorni.
Capisco che una donna italiana, possa morire d'amore e sposarsi con un uomo musulmano. L'ho fatto anch'io e me ne sono pentita, ma lo stesso pentimento potrei averlo avuto se avessi sposato il mio vicino di casa (che mi corteggiava). Non avrei mai fatto un figlio, però, con un uomo che ha una religione da sbandierare o una cultura che considera le donne degne di poco amore. Anch'io ho avuto poco amore, ma lo avevo messo in conto. Non mi sarei mai perdonata di aver messo in mezzo al mio folle capriccio, un altro essere umano.
Non ce la faccio più a leggere notizie sui bambini contesi e uccisi per ripicca in nome di qualcosa che con l'amore non c'entra nulla.
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lunedì 16 febbraio 2009
Violenza
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lunedì 9 febbraio 2009
I vestiti nuovi
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sabato 31 gennaio 2009
Un libro
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lunedì 26 gennaio 2009
La storia delle belle donne
Questo è davvero troppo! Dovrebbero sentirsi colpite, ferite, infangate, anche tutte quelle che lo hanno votato. E sua moglie, altro che lettere ai giornali! E le sue figlie! Dio che vergogna!
Questi pensieri non credo appartengano nemmeno a quegli uomini che dopo pranzo vanno al bar, non hanno mai toccato una padella in tutta la loro vita, stanno sulla porta e quando passa una ragazza, bella o brutta, qualcosa devono fare o dire.
Che tristezza!
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Chi può dimenticare?
Dimentica chi pensa che la bontà sia un dono di Dio
e la cattiveria un dono del diavolo.
Chi pensa che le aberrazioni non lo riguardino
e il male e il crimine siano annidati nella mente
e nel cuore degli "altri."
Tutti noi siamo "altri".
I politici spietati non starebbero sui loro troni,
se la vigliaccheria
e quel fondo di crudeltà che tanto ci appartiene,
fossero mandati al macero come prodotti in scadenza,
fossero vittime della pulizia settimanale
che ognuno dovrebbe fare
al proprio cuore.
(Anonimo)
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sabato 10 gennaio 2009
Un minuto di silenzio
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martedì 6 gennaio 2009
Orrore di guerra
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domenica 4 gennaio 2009
Anno nuovo
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domenica 28 dicembre 2008
Al villaggio turistico
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martedì 23 dicembre 2008
pausa
Mi scuso (ma forse non è la parola giusta) con tutti quelli che pazientemente hanno letto i miei post durante questo anno. Ho perso il filo.
Auguro a tutti di poter essere buoni e aperti per tutto l'anno, così, come forse si sentono, in questo periodo di suoni, canti e regali.
Tante belle cose
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lunedì 17 novembre 2008
"Amore c'è?"
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domenica 9 novembre 2008
Dinamiche di classe
E' una brava donna e questo figlio arrivato in Italia 4 anni fa, non ha certo voglia di lavorare quanto lei. A volte lei viene a salutarmi e mi porta qualche regaluccio: - perchè tu buona e stanca - dice. Io non so se sono buona o se non ho il coraggio di essere dura. Lei mi fa un po' pena e non voglio darle il dispiacere di cacciare suo figlio. Tony intanto chiede il numero di telefono a Lin che glielo dà, lo chiede anche a Genevieve che non glielo dà. Fatima viene vicino a me e mi dice che i ragazzi di questa generazione sono come Wang: - troppe cose compra la mamma, troppi soldi senza lavorare, mio figlio è con i nonni, ancora è bravo, dopo non lo so-.
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sabato 1 novembre 2008
Autunno
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venerdì 24 ottobre 2008
Questi giorni neri di notizie
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giovedì 23 ottobre 2008
La Gelmini colpisce ancora
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giovedì 16 ottobre 2008
ancora sul maestro unico
Chi, come me, lavora nelle elementari da qualche decennio, ha vissuto i grandi cambiamenti della scuola, l’ha vista crescere “dal di dentro” – non senza fatiche e contraddizioni – mossa da una grande passione educativa.
La Scuola primaria ha nel tempo cercato di rispondere alle diverse esigenze poste dalle trasformazioni sociali con offerte di qualità, con riforme largamente anticipate da sperimentazioni (è il caso del tempo pieno e dell’insegnamento in team); i cambiamenti più significativi sono stati ampiamente sostenuti da corsi di aggiornamento, perché non si avesse a che fare con operazioni di superficie. E se l’OCSE ha ancora una volta riconosciuto i meriti della Scuola primaria italiana, significa che il suo modo di operare può, in molti casi, essere portato ad esempio.
Non è più tempo di maestri unici. La scuola del “tutti in riga, e che non si senta volare una mosca”, ha denunciato già nel secolo scorso la propria inadeguatezza all’interno del sistema formativo, e recuperare tale modello per proporlo come toccasana per i problemi che attraversano famiglia e società, mi pare alquanto rischioso: ogni segmento formativo deve assumersi le proprie responsabilità, e nel riconoscimento dei rispettivi ruoli, trovare forme di dialogo e di collaborazione.
La frontalità – io spiego e tu ascolti - non è sempre il metodo di apprendimento più efficace neppure per gli adulti. C’è bisogno di protagonismo e coinvolgimento, di accoglienza e gratificazione: i bambini non sono robot inanimati, con teste ad imbuto da riempire, e l’insegnante, per quanto motivato e professionalmente preparato, è un essere umano, con limiti di energia e di specializzazione.
L’apprendimento stabile richiede tempi distesi, un conoscere che passa attraverso il dialogo, il fare con le mani, il confronto con il gruppo, l’approfondimento individuale. Metodi che possono dare frutto solo se si sta bene a scuola con i compagni e con se stessi: questa è una delle più grande consapevolezze sulla quale agisce la scuola primaria.
Ma la scuola è parte integrante del sistema sociale, del quale accoglie e riflette limiti, complessità, difficoltà, ed anche povertà. Mi domando come possa oggi un insegnante unico “dare di più a chi ha di meno”, considerato che problemi di attenzione e disturbi del comportamento sono largamente diffusi tra gli allievi, e che la classe nel suo insieme non va trascurata. Si plaude all’alunno inchiodato al banco, ma talvolta il silenzio che lo rende invisibile all’insegnante è la maschera di un disagio enorme. Il team insegnante è più funzionale anche da questo punto di vista, perché i docenti hanno modo di confrontarsi sulle problematiche della classe e di condividere le strade da praticare, fornendo al tempo stesso testimonianza di democrazia, di rispetto e di collaborazione. Oggi più che mai c’è bisogno di imparare il dialogo costruttivo, di recuperare la forza della tolleranza, valori civili che non si fanno propri solo attraverso lo studio sui libri.
Si mette sotto accusa il tempo delle compresenze del team, come se si trattasse di uno spreco di risorse. La contemporaneità di due insegnanti, alquanto risicata nei moduli 4 docenti su 3 classi o 7 su 5 classi (organizzazione che prevale nella maggior parte dei paesi d’Italia), permette di lavorare su piccoli gruppi intervenendo in modo tempestivo sulle difficoltà di apprendimento degli allievi, favorendo l’integrazione degli extracomunitari e non.
Al tempo del maestro unico chi non reggeva il ritmo “normale” dell’ apprendimento veniva respinto o finiva nelle classi differenziali. La scuola primaria non deve permettersi di emarginare nessuno, neppure attraverso promozioni vuote di preparazione. È nostro dovere etico fare il massimo per ogni bambino, perché possa affrontare la vita con strumenti il più possibile flessibili ed adeguati (anche se questo è uno degli obiettivi finali del percorso educativo).
L’insegnamento in team, o l’inserimento nella scuola dei portatori di handicap, per fare un altro esempio, non sono “anomalie” della Scuola italiana ma conquiste civili, che più volte ci sono state invidiate dagli Stati esteri. Ovvio che la promozione del “ben-essere” ha un suo costo.
La scuola dev’essere il luogo privilegiato su cui investire, anche se non tutti i frutti hanno visibilità immediata. Ciò che oggi può essere letto come un risparmio in termini economici, potrebbe in un futuro prossimo rivelarsi un pessimo investimento: aumento del disagio sociale, dell’abbandono scolastico, mancata integrazione degli extracomunitari, crescita dell’analfabetismo di ritorno. Perché la formazione del Cittadino esige tempo, confronto, operatività, studio e passione, condizioni che la migliore scuola primaria rispetta.
Il mio timore per il maestro unico va soprattutto verso gli ultimi, quelli che meno hanno voce, ma che sono in continuo aumento: per loro la scuola è l’unica occasione di crescita e di riscatto.
È importante che la Riforma della scuola primaria sia condivisa con chi nella scuola lavora, e perciò la conosce bene. L’insegnamento in team dei docenti specializzati in tre ambiti disciplinari è un valore da salvaguardare, nell’interesse immediato e futuro. L’insegnamento in équipe favorisce la competenza ed è scuola di democrazia. E’ la soluzione organizzativa più funzionale per promuovere nel bambino la conquista di quel sapere non mnemonico indispensabile per muoversi con criterio nella società attuale. È la condizione migliore per far emergere le potenzialità di ogni bambino, anche di quelli che meno hanno voce.
Bertilla Bertesina – Scuola primaria di Ponderano
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lunedì 29 settembre 2008
Senza parole
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